Circa un mese e mezzo fa raccoglievo i miei pensieri sull'emergenza e sulla nuova quotidianità.
Qui Svezia.
Il titolo è malandrino ed eloquente.
Viviamo tempi difficili e la globalizzazione è croce e delizia, perché nel bene e nel male siamo tutti interconnessi.
Sono tempi strani, ho trascorso il mio compleanno in una sensazione di limbo, vivo da sempre in una costante condizione mentale di galleggiamento ma mai quanto quest'anno.
Sono un'expat che ha scelto la Svezia come sua nuova terra e che è felice di questa decisione, ma il cordone ombelicale che mi tiene legata all'Italia non è mai stato tagliato, e mai lo sarà, dato che famiglia e amici vivono lì. Quindi le immagini apocalittiche di una nazione in ginocchio, di individui segregati in casa, di convogli militari che portano via bare che contengono persone, non corpi ma PERSONE, decedute in solitudine non lasciano indifferenti.
La Svezia, sin dall'inizio dell'emergenza Covid, ha adottato una strategia diversa dall'Italia (e successivamente dagli altri paesi, che prima hanno criticato lo Stivale e poi lo hanno emulato): non ha pubblicamente annunciato gli stessi intenti britannici ma nei fatti punta a perseguire l'immunità, e ha esplicitamente dichiarato che chiudere un'intera nazione significherebbe paralizzare un'intera economia, e questo non è fattibile.
Dopo un iniziale e incosciente ridimensionamento dei rischi, licei e università sono stati chiusi optando per la didattica a distanza, così da tenere gli studenti (e i lavoratori delle categorie a rischio) al sicuro a casa, mentre scuole materne ed elementari-medie sono aperte perché altrimenti i genitori che per forza devono recarsi al lavoro non saprebbero a chi affidare i figli.
Al contrario del governo britannico, quello svedese non lo ha espressamente dichiarato, ma di fatto ha deciso di anteporre l'economia alla salvezza nazionale. Ha deciso sin da subito di non effettuare test a tappeto ma di limitarli ai pazienti ricoverati e al personale sanitario, divergendo quindi dalle direttive dell'OMS nonché sfalsando la conta di contagiati e deceduti, quindi non sapremo mai quando e se effettivamente raggiungeremo il picco e capiremo quindi se le misure adottate saranno (state) efficaci e sufficienti.
La Svezia ha un sistema sanitario differente da quello italiano, all'apparenza è libero, gratuito e aperto a tutti, ma di fatto scarsamente accessibile, e già in condizioni normali il suo funzionamento è risibile per usare un eufemismo, quindi figurarsi durante un'emergenza di questa portata. Ed è questo uno dei motivi per i quali non capisco la sopresa e la delusione profonda che molti dei miei compatrioti in Svezia provano di fronte a questa situazione, forse perché vedevano nella Scandinavia il paradiso terrestre, la nazione perfetta, e invece così non è.