Ancora una volta mi sono fatta abbindolare dallo spam sui social network, ho ceduto alla pubblicità e ho comprato Invisibili - Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, di Caroline Criado Perez. Come si evince dal titolo del post non sono soddisfatta da questa lettura e ho trovato problematico quasi ogni capitolo che ho letto.

Ovviamente capisco l'intento dell'autrice di voler denunciare il fatto che le donne e le loro necessità siano sistematicamente ignorate in praticamente qualsiasi campo della vita umana (lavorativo, sociale, medico e via dicendo) e ho apprezzato i capitoli dedicati alla ricerca e alla cura delle malattie, perché ho scoperto cose che non conoscevo (ad esempio che la sperimentazione dei farmaci viene effettuata per lo più su uomini e nel momento in cui i prodotti non danno gli effetti benèfici sperati, se ne interrompe la somministrazione sui soggetti, anche quando magari hanno apportato miglioramenti alla salute delle donne coinvolte nella sperimentazione).
Ma la maggior parte del libro perde credibilità e forza nella denuncia perché l'autrice snocciolando dati e statistiche sembra voler sollecitare l'indignazione delle sue lettrici, volendo però di fatto, alla fine dei conti, quasi mantenere l'attuale stato delle cose piuttosto che cambiarle con l'obiettivo di raggiungere la parità fra uomo e donna.
Come lettrice, infatti, mi sono sentita quasi manipolata da tutti questi benedetti dati e numeri che Perez porta a sostegno delle sue tesi e che spingono verso il suo fine ultimo, che non è la distribuzione equa del "lavoro di cura non retribuito" che oggi grava ancora sulla donna ma piuttosto un semplice riconoscimento di tale lavoro, relegando quindi la donna, sempre e comunque, alle mansioni tipicamente femminili.
Più volte Perez fa riferimento agli impegni extra-lavorativi che le donne si sobbarcano, ad esempio fare la spesa, occuparsi di figli piccoli e/o di parenti anziani, pulire la casa e cucinare i pasti, e a quanto essi assorbano tempo ed energie; il problema è che anziché pretendere che anche gli uomini se ne facciano carico, l'autrice vorrebbe che i datori di lavoro, che i ricercatori, che i responsabili dell'urbanistica e del traffico si adattassero alle esigenze della donna, non in quanto esponente di sesso femminile ma in virtù del suo ruolo in società.
E tutto ciò per me è assurdo, inaccettabile e inconcepibile.
Al netto delle esigenze delle madri single, l'autrice non accenna mai all'esistenza dei padri nelle famiglie e al loro dovere di collaborare alle faccende domestiche e alla cura dei figli; Perez, dati alla mano, racconta quanto tempo le donne sacrifichino, quante volte rinuncino ad un lavoro retribuito a tempo pieno per dedicarsi al famoso lavoro di cura non retribuito, e per rimendiare a questa ingiustizia sociale l'autrice invoca la necessità da parte dei datori di lavoro di accordare flessibilità - o addirittura contributi economici per pagare le baby-sitter- alle impiegate, oppure aiuti statali, quando invece la soluzione più ovvia ed equa sarebbe il coinvolgimento dei padri. Questi ultimi sono considerati poco più che donatori di seme, che passano metà della loro giornata al lavoro e il rimanente tempo a riposarsi, mentre invece la compagna manda avanti la baracca gratis.
"È vero che, avendo molte responsabilità di cura, le donne hanno meno tempo libero: non sempre è agevole fare tappa in laboratorio mentre si vanno a prendere i figli a scuola. Questa argomentazione andrebbe semmai utlizzata per reclamare non l'esclusione delle donne ma l'adattamento dei programmi di ricerca alle loro esigenze."
Dove sono i padri?! Perché non vanno loro a prendere i figli? Sono loro i veri invisibili di questo libro.
Qui l'autrice parla dell'esclusione delle donne dai gruppi di soggetti a cui vengono somministrati farmaci in via di sperimentazione, ma un discorso analogo lo fa parlando dell'urbanistica di alcune città, della viabilità stradale e della preferenza che solitamente viene riservata alle strade percorse per lo più dagli uomini in auto nel tragitto casa-ufficio rispetto alle strade percorse con mezzi pubblici, biciclette o a piedi dalle donne, che oltre a recarsi al lavoro devono anche deviare nei loro percorsi per portare i bambini a scuola, riprenderli, fare la spesa, far visita ad anziani parenti eccetera. Questo fenomeno, chiamato trip-chaining, secondo l'autrice dovrebbe essere preso in considerazione quando si pianifica la rete stradale urbana, per andare incontro alle esigenze delle donne che devono fare seicento viaggi al giorno mentre invece gli uomini vanno da casa al lavoro e viceversa, per poi stravaccarsi sul divano e aspettare che sia pronta la cena. Secondo me, invece, padre e madre dovrebbero dividersi equamente gli impegni e gli spostamenti, ad esempio il padre potrebbe andare a prendere il figlio a scuola, passare a cambiare il catetere al nonno novantenne e poi tornare a casa dove la moglie a quel punto avrà già fatto la spesa e starà preparando la cena, e non sarà del tutto esaurita. Perez invece vuole tenere la donna incatenata alle sue mansioni di cuoca-badante-cameriera-chioccia-schiava concedendole però marciapiedi più comodi. Che premurosa.
"Le nuove case non avevano le cucine. [...] C'erano state migliaia di vittime, le abitazioni erano ridotte in macerie. Bisognava perciò costruirne di nuove, ma [...] non avevano pensato a includere le donne nel progetto , o quanto meno a consultarle da qui le case prive di cucina. Ma nessuno si era domandato come avrebbero fatto le famiglie a preparare i pasti? [...] I piani di ricostruzione non hanno tenuto conto dell'esistenza delle donne e le nuove abitazioni sono state consegnate prive di cucine."
Anche da questa citazione è evidente che per l'autrice la donna sia l'angelo del focolare, la regina della cucina, e che quindi, se dopo catastrofi naturali in India o in Sri Lanka, sono state costruite case prive di cucine, la colpa è di chi non ha coinvolto le donne nella ricostruzione chiedendo loro un parere, come se la preparazione dei pasti fosse appannaggio esclusivo del genere femminile. E l'autrice contribuisce a cementare questo stereotipo.
Tornando alla pianificazione urbana, a proposito delle molestie subite dalle donne sui mezzi pubblici, l'autrice scrive:
"un tale mi ha raccontato il caso di una signora di sua conoscenza che aveva mollato un ottimo posto di lavoro e si era trasferita fuori Londra perché stufa di essere palpeggiata in metropolitana. È ovvio che siamo di fronte a un'ingiustizia. Purtroppo, però, si tende a scaricare la colpa sulle ansie delle donne anziché sui responsabili della pianificazione urbana che creano spazi e sistemi di trasporto nei quali le donne non si sentono al sicuro."
E io che pensavo che i responsabili fossero i porci molestatori!
Il libro è pieno di accuse deliranti come queste, che scaricano la responsabilità delle violenze subite dalle donne non sui carnefici stessi ma su chi ha pianificato spazi e viabilità. Verso la fine del testo, ad esempio, si parla delle rifugiate nei centri di permanenza in Svezia e Germania che sviluppano eruzioni cutanee perché, siccome abitazioni e dormitori sono misti e non divisi per genere, loro sono costrette ad indossare l'hijab giorno e notte per settimane.
Insomma, l'intento dell'autrice non è scavare a fondo nei problemi che affliggono le donne ed estirparne le cause a monte. No, lei si limita a mettere una pezza per tamponare la perdita e raccontarci che includere le donne nella raccolta dei dati sia la soluzione ultima ai problemi. Allucinante. Curioso poi che non si faccia riferimento alla Svezia come modello virtuoso per quanto riguarda la suddivisione dei giorni di congedo parentale fra padre e madre.
Per concludere, ho trovato questo libro estremamente fuorviante, delirante e fazioso e spero che chi lo legge sappia analizzare con spirito critico questi benedetti dati che l'autrice sbandiera ogni tre pagine.