Sono una grande fruitrice di contenuti online, prevalentemente a tema libri, e ultimamente stavo ragionando su una serie di cose che ho deciso di riportare qui, peché non saprei con chi ragionarci nella vita reale, per non far fuggire questi pensieri dalla mia mente e scriverli quindi da qualche parte, e magari perché anche altra gente ha notato quello su cui rifletto io.
Ansia, depressione, attacchi di panico e problemi psicologici in genere sono sempre stati uno stigma in Italia, un motivo di imbarazzo o di esclusione sociale; ultimamente però se ne parla sempre più spesso nel tentativo di normalizzare queste patologie e far sentire meno solo o meno strano chi ne soffre, giustamente. Una cosa che ho notato e che da utente comincia ad infastidirmi, però, è che molti creatori di contenuti sostengono di soffrire di una serie di problemi, parlano della loro esperienza, della loro sofferenza e dei rimedi senza però essere mai stati visitati da un medico o aver mai ricevuto una diagnosi. Perché tutto ciò mi dà fastidio? Perché probabilmente sarò cinica ma ho la sensazione che molti stiano salendo sul carrozzone perché affermare di soffrire di ansia o di attacchi di panico è diventata quasi una moda.
Cambiando argomento, ieri ho visto un video su Le nebbie di Avalon, che ho letto l'anno scorso e adorato; la ragazza in questione ha impostato il video secondo la canonica scaletta che solitamente si rintraccia in contenuti su questo libro, ovvero che prima di raccontare il romanzo e quanto lo si è apprezzato è doveroso dissociarsi dalle nefandezze e i reati che l'autrice avrebbe commesso quando era in vita (dico avrebbe perché mi pare non ci sia una sentenza di tribunale).
Successivamente la ragazza di addentra nelle vicende del libro, nell'analisi e sostiene opinioni che per me non hanno senso, ovvero che
il libro non è femminista perché le donne rappresentate sono già relegate a ruoli marginali in virtù del patriarcato insediatosi e perché le donne sono interrogate e spinte a fare di più, che il punto di vista femminile attraverso la voce di Morgana non è quindi sufficiente a targettizzare il romanzo come femminile, ma anzi, secondo la ragazza, dovrebbe essere destinato anche a lettori uomini.
L'unica cosa su cui sono d'accordo è che Le nebbie di Avalon non debba essere destinato solo alle lettrici, ma del resto la separazione dei generi di riferimento di un libro o un film è una trovata di marketing. Per il resto trovo erronea la confusione tra femminile e femminista e trovo sbagliato ritenere che un prodotto sia femminista solo se il punto di vista delle donne o il loro ruolo prevalgono su quelli maschili: un prodotto è altrettanto femminista se mostra una donna che soffre e che viene soverchiata dai ruoli sociali di genere oppure dai personaggi maschili, appunto perché davanti agli occhi del lettore (o dello spettatore) vengano srotolate le conseguenze di una cultura maschilista.
E infine, voglio scrivere due parole sulla polemica che ha impazzato su Instagram, sempre in merito ai libri, questa settimana. Una mail rigorosamente anonima ha cominciato a circolare rivelando che alcuni profili Bookstagram noti e largamente seguiti si fanno pagare per pubblicare nei propri spazi recensioni di libri, senza però esplicitare che si tratti di contenuti sponsorizzati. In soldoni (!!!), tali profili non hanno scritto "AD" nei loro post o nelle loro storie.
Il problema principale è che questa gente commette un reato, perché pubblicizzare prodotti all'insaputa dei follower si chiama pubblicità occulta, ed è illegale; in seconda battuta, ci sono profili che rispettano le regole del marketing e mettono questi benedetti hashtag o sigle per segnalare la sponsorizzazione, mentre molti altri non lo fanno e ciò penalizza i virtuosi.
L'altra grande discussione in merito ai contenuti sponsorizzati ruota intorno alla questione etica secondo cui sarebbe lecito o meno parlare di un libro (positivamente oppure no) dietro compenso: a me personalmente in qualità di utente non disturba che i content creator vengano pagati per parlare di libri, ma mi sento ovviamente presa in giro se il pagamento non viene segnalato.
Detto questo, la cosa che più di tutte mi ha infastidita, però, non è la sponsorizzazione in sé ma il comportamento adottato da uno dei profili in questione: in una serie di storie Instagram la proprietaria del profilo, tra le lacrime, si è lamentata della cattiveria della ggggente invidiosa che ha subito spalato fango pubblicamente contro il suo profilo, quando bastava parlarle in privato. E quindi i cattivoni non sono i profili che barano ma quelli che si incazzano perché c'è chi non rispetta le leggi! E certamente! A me tutto ciò ha ricordato le sceneggiate di Moggi in tv, post Calciopoli, quando si lamentava della gente che gli aveva "ucciso l'anima". Se c'è una cosa che più di tutte odio è l'abilità manipolativa di chi è in difetto e, anziché correre a nascondersi per la vergogna, ammettere i propri sbagli e scusarsi, rivolta la faccenda e si schiera contro i virtuosi accusandoli di essere cattivi, insensibili e privi di empatia. Ma andate a zappare la terra. Questa gente non è dispiaciuta o in preda ai sensi colpi per aver commesso un reato o aver preso in giro i follower (o aver truccato campionati e corrotto arbitri...), no, le rode di essere stata sgamata. Che bello.
Fine delle trasmissioni.
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