Se il soprannome del protagonista
anziché essere lo Svedese fosse stato “il Bulgaro”, forse il libro non mi avrebbe
conquistato così intimamente. Forse. Ma Seymour Levov è chiamato lo Svedese, pertanto è stato amore a
prima riga.
Le cose che più mi hanno colpito del romanzo
sono l’ossessività con cui si ripetono ed enfatizzano i motivi ricorrenti della
storia, il realismo con cui sono descritti i personaggi, la riflessione
meta-letteraria sul ruolo del narratore onnisciente. Ma soprattutto mi ha
rapito il fatto che Roth abbia dipinto così bene l’essenza svedese, svedese sul
serio. Seymour è la rappresentazione della svedesità per antonomasia e delle
tragiche conseguenze che l’applicazione del “lagom” (e non solo) può causare
alla psiche e alla vita di una persona. Lo svedese è intrappolato nel ruolo che
la società gli ha attribuito, è eccellente, è perfezionista, è capace, ma più
di ogni altra cosa sceglie di non deludere mai gli altri, di accontentarli e di
soddisfare le loro aspettative a tutti i
costi, al punto da sacrificare i suoi desideri, le sue ambizioni, arrivando ad
anteporre alla sua volontà le pretese e le suddette aspettative altrui.
Tutto il libro consiste in un’analisi del suo
conflitto interiore, di quel dissidio che dilania il protagonista che lotta tra
il fare quello che realmente desidera e quello che gli altri si aspettano che
lui faccia. Seymour non è perfetto né esente da errori, ma deve sempre dare al
suo pubblico un’immagine perfetta di sé, l’immagine che la società gli ha
cucito addosso, e lui non riesce a smettere di voler compiacere questa società.
Ho amato questo libro.
Nel film, niente di tutto ciò è presente e
l’intera narrazione si riduce quasi esclusivamente al solito conflitto
generazionale tra padre+madre e figlia, con l’aggiunta dell’interesse politico,
dell’attivismo e della guerra in Vietnam sullo sfondo. Una delusione
indicibile.
Il film non è all’altezza del libro a
cominciare dalla scelta degli attori, che esteticamente si discostano dalla
descrizione originale dei personaggi; chiudendo anche un occhio (ma anche no) su Ewan
McGregor nei panni di Seymour, Jennifer Connelly non c’entra niente con la
moglie Dawn, che nel romanzo è piccina, bionda, bellissima, a sua volta in
lotta per dimostrare di che stoffa sia fatta al di là della pura e semplice
reginetta di bellezza; a mio avviso
Reese Witherspoon sarebbe stata perfetta nel ruolo, soprattutto per conservare
la differenza fisica tra lei e Seymour accentuando la possenza fisica di lui.
Tale differenza nel corso del libro ricorre più volte perché rappresenta anche
l’attitudine di lui a voler proteggere la moglie, attitudine che lei non
apprezza. Non vi è traccia di tutto questo nel film, purtroppo.
Sempre a
proposito di estetica e presenza scenica, la figlia del protagonista, Merry Levov, nel libro è una
bambina bellissima che nell'adolescenza invece si ritrova un corpo da
gigantessa, è abbastanza brutta ed in sovrappeso, per poi subire un drastico ed
evidente dimagrimento, nonché un ulteriore imbruttimento, man mano che si
procede nella lettura. Avendole dato il voto e le fattezze di Dakota Fanning, tutto ciò
viene meno. Dakota è una comunissima bella ragazza magra e nel film non subisce alcun
mutamento estetico radicale: all'inizio del romanzo il personaggio è influenzato negativamente dalla
propria fisicità , poi successivamente compirà scelte religiose che avranno conseguenze drastiche anche sul suo fisico ma anche questo fattore nel film è completamente perduto.
Queste erano solo alcune delle mie riflessioni su Pastorale americana, che ho letto circa un paio di anni fa ed è entrato immediatamente nella lista dei miei romanzi preferiti della vita; ma il mio rapporto di amore e adorazione per Philip Roth non era partito nel migliore dei modi. Avevo sempre nutrito un forte timore reverenziale verso l'autore e quindi ci ho messo anni prima di prendere in mano un suo scritto e avventurarmi nelle sue storie.
Quando appunto anni fa ho trovato l'ispirazione, avevo letto Deception (che non cito in inglese per fare la figa ma perché lo avevo preso in prestito in lingua originale in biblioteca) ma non mi era piaciuto, per cui stavo quasi per gettare la spugna perché non è che i grandi geni debbano per forza incontrare i gusti di tutti (come diceva il Vate da Setùbal, neanche Gesù piaceva a tutti). Però prima di arrendermi ho voluto dargli un'ultima possibilità comprando il suo capolavoro, in italiano. E ho fatto benissimo. Il resto è storia.
Tra l'altro Philip Roth è nato sotto il segno dei pesci, il 19/03/1933 ed è morto il 22/05/2018, ossia nel giorno dell'ottavo anniversario della vittoria del Triplete da parte dell'Inter, quindi non potevo lasciarmelo sfuggire...
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